La vita inizia alla fine della tua zona di Conforto

July 24, 2018

 

 

Or l'Eterno disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione e ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione. (Genesi 12.1, 2)

 

La storia di Abrahamo inizia in questo modo, con questa frase che da anche il titolo ad una delle più famose e conosciute parashot della Torah: Lek Lekà – vai per te.

 

Va per te – cioè: «va via da Ur, per il tuo bene». La chiamata di Avràm qui inizia con un imperativo, «esci fuori!», seguito da tre promesse (v.2) che indicano lo scopo o conseguenza della risposta alla chiamata divina. Solo se Avràm fosse andato via da lì Dio avrebbe fatto queste tre cose. Il secondo imperativo, «sarai una benedizione», è subordinato alle precedenti promesse e indica lo scopo ultimo di Dio nel chiamare e benedire Avràm. (Dal Sefer Bereshit – Torah Project di Daniele Salamone)

 

La storia di Abramo inizia con un comando: “Va verso te stesso” (Genesi 12,1) e termina con lo stesso comando: “Va verso te stesso” (Genesi 22,2). Il primo quando ad Abramo viene ingiunto di lasciare la sua terra, la sua patria e la casa di suo padre, cioè di staccarsi dal suo ambiente di origine, di rompere con il suo passato. Il secondo quando ad Abramo è chiesto di sacrificare suo figlio Isacco, di rinunciare alla promessa divina, al suo futuro … In entrambi i casi, all’inizio come alla fine della sua vita, Abramo “partì senza sapere dove andava” (Ebrei 11,8): verso una terra, verso un monte che gli sarebbero stati rivelati soltanto dopo […] Se siamo tutti in cammino verso una destinazione sconosciuta il problema non è sapere dove andiamo, ma: mettersi in cammino.  (Monastero di Bose)

 

Da sempre Dio incita l’uomo al movimento, ad uscire, a fare. Non esiste la stasi con Dio. Persino con Mosè, Dio, pur sapendo che il popolo avrebbe vagato per 40 anni nel deserto, fece in modo che periodicamente, prendessero le loro tende, disfacessero il loro accampamento e si muovessero. La nube si muoveva, anche loro dovevano muoversi.

 

In tutti i loro spostamenti, quando la nuvola si alzava al di sopra del tabernacolo, i figli d'Israele partivano; ma se la nuvola non si alzava, non partivano fino al giorno che non si fosse alzata. (Esodo 40.36,37)

 

E non venivano avvisati. Non si sapeva quanto tempo sarebbero stati fermi e quando sarebbero ripartiti. Erano completamente dipendenti da Dio, sempre pronti a partire, esattamente come Dio disse loro di fare il giorno che uscirono dall'Egitto. Dio disse loro, non solo cosa dovevano mangiare, ma anche come:

 

Lo mangerete in questa maniera: coi vostri lombi cinti, coi vostri sandali ai piedi e col vostro bastone in mano; lo mangerete in fretta: è la Pasqua dell'Eterno. (Esodo 12.11)

 

La parola ivrì viene da una radice (ע ב ר) che vuol dire “parte/sponda”. Ebreo significherebbe, dunque, genericamente, qualcuno che sta da un’altra parte. Si può specificare, dunque, il termine ivrì come indicante che l’ebreo è qualcuno che proviene da un’altra parte, da un’altra sponda, oppure che va da un’altra parte, che vuole giungere a una sponda. Abramo, il primo ebreo, rappresenta con la sua vicenda questo insieme di significati. Egli viene, infatti, “da un’altra sponda”, e precisamente dall'altra sponda dell’Eufrate, e la sua storia, da subito, comincia con uno spostarsi da un’altra parte: “Il Signore disse ad Abramo: Va’ via dal tuo paese, dal tuo parentado, dalla tua casa paterna, al paese che ti indicherò”. La sua vicenda continua con una serie di spostamenti comandati da Dio. Ebreo è dunque “colui che sta (o va) dall'altra parte”: il “diverso” per antonomasia. (universitarianweb).

 

Il nome di questo popolo ha a che fare col movimento.

Ma un movimento che va oltre lo spostarsi fisico, poiché entra nello psicologico e nello spirituale.

 

Dopo questa introduzione arriviamo quindi al perché del titolo del messaggio.

 

Innanzitutto cerchiamo di capire cosa sia la zona di conforto. La zona di conforto è la propria area psicologica in cui tutto è familiare, quella sfera dove non hai difficoltà a muoverti liberamente e nella quale ti senti sempre a tuo agio, libero da stress e da ansia. Noi ci muoviamo in questa zona conforto molto più di quello che pensiamo. Per esempio, quando frequentiamo sempre un determinato luogo avete notato che senza pensarci le persone tendono a sedersi sempre nel medesimo posto? La “zona di conforto” può essere un luogo (come il paesino dove trascorrevi le vacanze da piccolo), un oggetto (una maglia portafortuna), una persona (madre, nonna, padre), persino un atteggiamento. Qualcosa che ormai conosciamo e che sappiamo gestire, che non ci darà sorprese.

 

Ma ogni volta che esci da questa zona e fai qualcosa di nuovo sono tre le aree che ne gioveranno: la tua anima, il tuo corpo e il tuo spirito. Ed è proprio di questo che voglio parlare: cosa accade quando usciamo dalla zona di conforto.

 

Conseguenze positive nello PSICOLOGICO

La zona di conforto non è un male in sé. È bene avere tante cose che ci fanno sentire al sicuro e bene. Il problema nasce quando abbiamo la necessità di uscirne e non ci riusciamo.

Diventa un problema quando non ne sappiamo uscire per paura. Paura di fallire, di non essere accettati, di non essere amati.

Qualora la paura vincesse, è inevitabile che ci precluderemo la possibilità non solo di vivere nuove esperienze ma soprattutto di crescere. Ecco allora che la zona di conforto si trasforma drasticamente in una prigione. Imprigioniamo noi stessi, le nostre emozioni, la nostra crescita, la nostra vita, il piano di Dio per noi.

 

Le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo noi di fare. (Alberto Moravia)

 

Se dovessi chiederti: “pensi di aver raggiunto il luogo, la statura, la maturità che Dio aveva in mente per te?” Io credo che se sarai sincero la tua risposta sarà ovviamente: no. Allora la tua vittoria, il tuo successo, la tua shalom, intesa come completezza, non sta nella zona di conforto, altrimenti la staresti già vivendo. Il tuo successo quindi è lì fuori.

 

Conseguenze positive nel FISICO

Come aiutare la nostra mente a non invecchiare? Mandandola a scuola. Per migliorare il funzionamento cognitivo, quindi, sarebbe più efficace l'apprendimento di una nuova attività piuttosto che l'allenamento in qualcosa che si sa già fare abitualmente.(https://www.focus.it/scienza/scienze/il-cervello-non-invecchia-se-va-a-scuola)

 

Ogni volta che fai qualcosa di nuovo il tuo cervello si rigenera, quasi come se fosse stimolato di fronte una nuova sfida da imparare e memorizzare. Viceversa una vita di routine, una vita metodica e ripetitiva fa invecchiare più velocemente.

Un corpo fermo è un corpo malato, un muscolo fermo è un muscolo che si atrofizza.

 

Sempre più evidenze scientifiche dimostrano che tenere duro davanti alle avversità ha grossi impatti sulla biochimica del nostro cervello e ci permette di essere meglio preparati e più adattabili per il futuro. Il nostro cervello è come un muscolo, che più lo fai lavorare più è forte. Questa proprietà del cervello di chiama neuroplasticità.

 

 

Su queste due aree mi fermo qui, su internet ci sono centinaia di articoli che provano quanto sinora detto e il lettore può liberamente fare le sue ricerche, troverà davvero tanto materiale.

 

Conseguenze positive nello SPIRITUALE

 

Dopo queste cose, il Signore ne designò altri settanta e li mandò a due a due davanti a sé, in ogni città e luogo dove egli stava per recarsi. E diceva loro: «La mèsse è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della mèsse che spinga degli operai nella sua mèsse. Andate; ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Non portate borsa, né sacca, né sandali, e non salutate alcuno per via. E in qualunque casa entriate, dite prima: "Pace a questa casa". E se lì vi è un figlio di pace, la vostra pace si poserà su di lui; se no, essa ritornerà a voi. Rimanete quindi nella stessa casa, mangiando e bevendo ciò che vi daranno, perché l'operaio è degno della sua ricompensa. Non passate di casa in casa. E in qualunque città entriate, se vi ricevono, mangiate di ciò che vi sarà messo davanti. (Luca 10.1-8)

 

Questo sì che è uscire dalla zona di conforto! È un’uscita estrema a dire il vero! Ci sono persone che conosco che per un viaggio di soli 3 giorni si portano il mondo intero! Io per prima, quando preparo la valigia, sono super incerta di quello che mi servirà, metti che fa freddo? Metti che fa caldo? Metti che mi serve qualcosa di elegante? Qui invece Gesù dice di non portare né borsa, né sacca, né sandali! Senza contare che devi andare a bussare in casa di gente che non conosci, devi parlare loro di un assunto molto spinoso, e sapendo, come Gesù stesso avvisa, che ci sono buone possibilità che tu non venga ricevuto in “pace”, con il rischio che tu venga deriso, rigettato, perseguitato. Ma ecco come finisce questa straordinaria esperienza per i 70:

 

Or i settanta tornarono con allegrezza, dicendo: «Signore, anche i demoni ci sono sottoposti nel nome tuo». (Luca 10.17)

 

Fare la volontà di Dio, osare crederGli e affidarsi a Lui vuol dire vivere esperienze che non avresti mai pensato di essere in grado di vivere.

 

In quella stessa ora Gesù giubilò nello spirito e disse: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli. Sì, o Padre, perché così ti è piaciuto. (Luca 10.21)

 

Tra le tante cose, cos'è che i piccoli fanciulli hanno in più rispetto agli adulti?

La curiosità. Ogni giorno fanno cose nuove, nessun giorno è uguale all'altro, ogni giorno sperimentano, fanno, disfano, spostano sempre più avanti i limiti della loro fisicità: oggi gattonano, domani provano a stare in piedi, dopo domani, fanno due passi ed eccoli lì che finalmente corrono. Neanche lontanamente pensano a rimanere nella fase in cui stanno in un determinato periodo: “adesso gattono, è facile, è comodo, se mi stanco sto già a terra basta allungarmi un po’ di più.”

 

Non lo nego, c’è sempre un fattore di rischio da considerare quando si decide di uscire dalla zona di conforto.

Per comprendere questo basta vedere la storia di Ester.

 

Allora Ester chiamò Hathak, uno degli eunuchi del re da lui assegnato a prestarle servizio, e gli ordinò di andare da Mardocheo per sapere che cosa lo affliggeva e perché. Hathak dunque si recò da Mardocheo sulla piazza della città, che si trovava di fronte alla porta del re. Mardocheo gli raccontò tutto ciò che gli era successo e accennò pure alla somma di denaro che Haman aveva promesso di versare al tesoro reale per ottenere la distruzione dei Giudei; gli diede pure una copia del testo del decreto che era stato promulgato a Susa per il loro sterminio, affinché lo mostrasse a Ester, glielo spiegasse e le ordinasse di andare dal re per supplicarlo e intercedere davanti a lui in favore del suo popolo. Così Hathak ritornò da Ester e le riferì le parole di Mardocheo. Allora Ester parlò a Hathak e gli ordinò di andare a dire a Mardocheo: «Tutti i servi del re e il popolo delle sue province sanno che qualsiasi uomo o donna entra nel cortile interno per andare dal re, senza essere stato chiamato, deve essere messo a morte, in base a una particolare legge, a meno che il re non stenda verso di lui il suo scettro d'oro; solo così egli avrà salva la vita. E sono già trenta giorni che non sono stata chiamata per andare dal re». (Ester 4.5-8)

 

Doveva essere spaventata Ester. In nessun modo mi sento di giudicarla, il suo "no" istintivo è più che comprensibile. È passata da uno stato di cattività, di orfana, in terra straniera, al ruolo di regina, amata, coccolata, con tutto ciò che poteva desiderare ad uno schioccar di dita. Rinunciare a tutto questo non è uno scherzo, senza contare che non solo rischiava di perdere gli agi ma anche la sua stessa vita.


Ecco allora che l’uscita dalla zona di conforto deve avere uno scopo, un piano, una scintilla di qualcosa di grande. Perché nel profondo sappiamo che dobbiamo fare qualcosa che non stiamo ancora facendo. Pensiamoci bene... dentro di noi abbiamo la netta sensazione, magari lontana, magari leggera, ma c’è  la percezione che quella azione creerà un effetto domino, che ci aprirà nuove porte, che ci farà fare nuove esperienze.

 

Quando Dio ci chiama ad uscire dalla barca e a camminare sopra le acque cosa ci potrà mai accadere di così brutto? Che affondiamo? Se mai dovesse accadere, io so che il mio Dio è lì pronto a stendere la mano per tirarmi fuori!

Quando è Lui che mi chiama ad uscire da quella “calda stanza”, magari potrò anche sentire freddo per un momento, ma so che Lui avrà già pensato a tutto, e così come Ester, quando i nemici si alzeranno per distruggere i miei sogni, Dio farà in modo di annientarli usando le loro stesse trappole.

 

Nella zona di conforto non c’è vittoria. Non c’è successo. Non c’è vita. Anzi… con ogni probabilità quella “calda stanza” alla fine si trasformerà in una fornace. Sorridi pensando che sia un po’ troppo “drama queen”?

 

Guardiamo il re Davide per un attimo.

Tutti conoscono la storia di questo grande uomo. Lui davvero sa cosa significa uscire dalla zona di conforto, basta citare ad esempio la sua vittoria contro Golia. Ha lasciato le sue pecore e i suoi campi, che ben conosceva, per affrontare un nemico di gran lunga più forte, esperto e potente e in un campo di battaglia che non conosceva, ma la sua enorme fiducia in Dio lo ha fatto vincere. Eppure, anche il grande Melek David, re Davide, è rimasto in una zona di conforto più a lungo del dovuto e le conseguenze sono state disastrose.

 

Con l'inizio del nuovo anno, nel tempo in cui i re vanno a combattere, Davide mandò Joab con i suoi servi e con tutto Israele a devastare il paese dei figli di Ammon e ad assediare Rabbah; ma Davide rimase a Gerusalemme.  Una sera Davide si alzò dal suo letto e si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno; e la donna era bellissima. (2Samuele 11.1,2)

 

Immagino che conosciate la storia, se non la conoscete andate a leggerla, è davvero molto istruttiva, non bella, istruttiva. La storia è devastante, ti fa venire rabbia, ti sorprende come un uomo così in gamba, saggio e spirituale come Davide possa mai aver fatto una cosa del genere: commettere adulterio con una donna sposata e quando poi scopre che questa è incinta attuare una strategia affinché il marito muoia in battaglia. Ma guardate cosa c'è scritto all'inizio del capitolo: era il tempo in cui re vanno a combattere, ma Davide rimane a Gerusalemme!

 

La permanenza nella zona di conforto più del dovuto è come l’acqua stagna: puzza, e favorisce la proliferazione di virus e batteri.

 

Chissà che la depressione, la frustrazione, la tristezza che provi non sia dovuta proprio al fatto che la tua “acqua si è stagnata”, che non stai facendo quello che sei nato/a per fare, che non stai rispondendo alla chiamata divina, che stai perdendo tempo con assunti, impegni, lavori, che non fanno altro che distrarti e allontanarti da quello che sei realmente chiamato/a a fare. Chissà che non ti sei riempito il tempo con molteplici occupazioni perché non hai il coraggio di fare quell'unica cosa che in questo determinato momento della vita sei chiamato a fare.

 

Io per prima so che vuol dire uscire dalla zona di conforto... e purtroppo so anche cosa significa rimanerci. So che la mente lancerà decine e decine di pensieri terroristici, e magari, come nel caso di Ester, saranno tutti assolutamente logici, plausibili se non addirittura reali. Ma la mente è bugiarda, la mente non conosce il futuro, la mente non ha intendimento dell’eternità.

Per questo vorrei concludere con questa esortazione: quando sai che devi fare qualcosa, come dice Joyce Meyer, “do it afraid!” 

Fallo impaurito, ma fallo! Solo allora, vivrai quella vittoria, quel successo che aspetti da tanto tempo.

 

Se nella tua vita vuoi qualcosa che non hai mai avuto,

fai qualcosa che non hai mai fatto.” JD Houston

 

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