I buoni vanno in cielo?

January 9, 2018

Durante una lezione riguardo alla salvezza, un alunno mi interruppe dichiarando che lui aveva forti dubbi riguardo al fatto che Dio, infinitamente Buono, alla fine possa davvero escludere qualcuno, soprattutto che possa escludere una persona che per tutta la vita ha fatto del bene, perché in fin dei conti un'azione benevola è essa stessa un'espressione di Dio.

Scrivo quindi questo articolo perché mi rendo conto che questo dubbio sia consciamente o inconsciamente nel pensiero di molti.

Come può un Dio buono non accettare tra le Sue braccia, nel Suo regno, una persona che è stata buona e ha fatto del bene?

L'argomento è spinoso e cercherò di trattarlo, non solo con la delicatezza dovuta, ma anche usando l'Unico strumento che offre le vere risposte ad ogni quesito riguardo Dio: la Bibbia. Senza alcuna presunzione di voler convincere colui che la pensa diversamente, lascerò che sia lo Spirito stesso a convincere di peccato, di giudizio e di giustizia (Gv 16.8) giacché questo è una delle sue mansioni.

 

Iniziamo innanzitutto dal concetto di bontà, ovviamente non il concetto secolare, mondano, cioè come lo intendiamo noi, ma il concetto biblico.

La parola ebraica per "buono" è tov. La prima volta che la incontriamo è proprio nel primo capitolo della Genesi:

 

E DIO vide che la luce era buona (tov); e DIO separò la luce dalle tenebre. (Genesi 1:4)

 

Per  tutta la creazione, precisamente per 7 volte (numero della perfezione e completezza) vediamo l'espressione: «E DIO vide che questo era buono» (Ge 1.10,12,18,21).

Dio vede, contempla ciò che crea ed emette un giudizio: tutto è tov, buono.

Il senso del tov lo possiamo quindi trovare osservando la sua creazione. Ogni cosa che Dio crea (luce, pianeti, firmamento, terra, mare, animali, etc.) è buona. Allora come è la sua creazione? La sua creazione è priva di male, è perfetta, non c'è nessun errore in essa; è utile, ogni cosa creata è conforme al suo scopo, risponde al disegno per la quale è stata fatta; è bella, suscita in chi la contempla ammirazione e meraviglia. Tutto questo è tov.

Il tov di Dio, il buono di Dio, raggiunge quindi degli standard molto, molto elevati.

 

Ecco perché, quando un tale si avvicina a Gesù e lo chiama di "maestro buono" non dovrebbe sorprendere la sua risposta:

 

«Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non uno solo, cioè: Dio» (Mt 19.17; Mc 10.18; Lu 18.19).

 

Il proprio Gesù Cristo, Yeshùa, il primogenito, si esclude da questo tipo di classificazione.

Sbalorditivo. Ma c'è un motivo per questa risposta. Essendosi fatto uomo, ed essendo Lui il nostro più grande esempio, Gesù-uomo per essere buono ha bisogno di Dio come qualsiasi altro essere umano.

Per Dio la bontà è molto più di "ciò che si fa" ma è ciò che si è. La bontà è strettamente legata alla natura dell'uomo. E come Dio considera la natura umana? Il cuore dell'uomo?

 

Come sta scritto: «Non c'è alcun giusto, NEPPURE UNO. Non c'è alcuno che abbia intendimento, non c'è alcuno che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti sono divenuti inutili; non c'è alcuno che faccia il bene, neppure uno. La loro gola è un sepolcro aperto, con le loro lingue hanno tramato inganni, c'è un veleno di aspidi sotto le loro labbra; la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza; i loro piedi sono veloci per spandere il sangue; sulle loro vie c'è rovina e calamità, e non hanno conosciuto la via della pace; non c'è il timore di Dio davanti ai loro occhi». (Ro 3.10-18)

 

Solo perché qualcuno fa una cosa buona (o anche tante cose buone) abbiamo noi l'ardire di giudicare quell'uomo "buono secondo Dio"? Lo stesso Yeshùa dice che anche i malvagi sanno dare buoni doni ai loro figli (Mt 7.11). Ribadisco nuovamente che non si tratta del dare ma dell'essere.

 

Gesù ribadiva più volte che il cuore dell'uomo è contaminato, non importa quante azioni buone esso farà:

 

«Ciò che esce dall'uomo, quello lo contamina. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, procedono pensieri malvagi, adultéri, fornicazioni, omicidi, furti, cupidigie, malizie, frodi, insolenza, invidia, bestemmia, orgoglio, stoltezza. Tutte queste cose malvagie escono dal di dentro dell'uomo e lo contaminano». (Mc 7.20-23)

 

Trovo superficiale, pericoloso e anche arrogante giudicare qualcuno dalle sue azioni, perché dietro ognuna di esse si può celare qualsiasi tipo di motivazione non necessariamente benevola. E chi può giudicare il cuore dell'uomo? Nessuno. Solo Dio può farlo.

 

Quando al profeta Samuele fu assegnato il compito di ungere il re che sarebbe succeduto a Saul, sfilarono davanti a lui tutti i figli di Isai, e ad ogni figlio Samuele era ingannato dall'apparenza.

 

Quando essi giunsero, egli posò lo sguardo su Eliab e disse: «Certamente l'unto dell'Eterno è davanti a lui». Ma l'Eterno disse a Samuele: «Non badare al suo aspetto né all'altezza della sua statura, poiché io l'ho rifiutato, perché l'Eterno non vede come vede l'uomo; l'uomo infatti guarda all'apparenza, ma l'Eterno guarda al cuore». (1Sa 16.6,7)

 

Solo Dio è capace di scrutare il cuore dell'uomo perché i pensieri reconditi e il cuore dell'uomo sono imperscrutabili (Sl 64.6).

 

Lo spirito dell'uomo è la lampada dell'Eterno, che scruta tutti i più reconditi recessi del cuore. (Pr 20.27)

 

Solo Dio sa cosa c'è nel cuore dell'uomo e Dio non si lascia distrarre, ingannare, sviare dalle azioni, come invece facciamo noi.

 

Guardiamo il padre di ogni essere vivente, Adamo. Che diremo di lui? Non era buono? Non ha ucciso, non ha mentito, amava Eva ed era per lei un buon marito. Era forse cattivo? No. Eppure è stato cacciato e maledetto.

Cosa lo ha allontanato dalla presenza di Dio? L'incredulità. Esatto, non la disubbidienza ma l'incredulità poiché la disubbidienza è la conseguenza dell'incredulità. Quando hanno ascoltato le parole dell'avversario hanno messo in dubbio quelle del loro Creatore e la loro azione ha dimostrato apertamente quello che è accaduto nella loro mente e nel loro cuore: "credo più al nemico che a Dio".

Non è solo l'azione che li squalifica, ma è una presa di posizione, una scelta, un pensiero.

La loro scelta ha contaminato la creazione, la loro scelta ha contaminato la loro essenza, la loro scelta ha contaminato per sempre la loro vita, irrimediabilmente. L'uomo in sé non aveva il potere di fare assolutamente nulla per ritornare al suo stato originale.

 

Come Gesù disse:

Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla. (Gv 15.5)

 

Come poteva l'uomo tornare allo stato di grazia e perfezione che Dio aveva stabilito? Con una foglia di fico?! No, ma con un sacrificio. Una vita per una vita.

 

Infatti, se per la trasgressione di quell'uno solo la morte ha regnato a causa di quell'uno, molto di più coloro che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo di quell'uno, che è Gesù Cristo. Per cui, come per una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure con un solo atto di giustizia la grazia si è estesa a tutti gli uomini in giustificazione di vita. Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati costituiti peccatori, così ancora per l'ubbidienza di uno solo i molti saranno costituiti giusti. (Ro 5.17-19)

 

Se le nostre buone azioni, ovviamente buone secondo il nostro parametro, perché c'è da considerare anche il fatto che quello che per me è buono, magari dall'altra parte del mondo, o anche attraversando la strada, è valutato in modo differente, dunque, se le nostre buone azioni sono quelle che ci permettono di andare davanti al trono di Dio e chiedere udienza e libero accesso al regno eterno, allora la domanda è: perché Dio ha ritenuto VITALE mandare Suo Figlio a morire al posto nostro? Bastava semplicemente inviare dei profeti che esortassero a fare buone azioni, giusto?

 

Eppure la Bibbia mi racconta un'altra storia. E questo è il punto cruciale. È qui che si decide se vogliamo continuare a credere ad un dio a nostra immagine e somiglianza (io credo che, secondo me, io penso che, io non credo che, etc…) o se vogliamo sforzarci di vedere Colui al quale IO debbo assomigliare (Lui dice che, Lui ha scritto che, Lui comanda che, etc...).  

 

Anche se molti conoscono bene questi versi di Isaia 53, vale la pena trascriverli:

 

Chi ha creduto alla nostra predicazione e a chi è stato rivelato il braccio dell'Eterno?

Egli è venuto su davanti a lui come un ramoscello, come una radice da un arido suolo. Non aveva figura né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo desiderare. Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenevamo colpito, percosso da DIO ed umiliato. Ma egli è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è su di lui, e per le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via, e l'Eterno ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato e umiliato, non aperse bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca. Fu portato via dall'oppressione e dal giudizio; e della sua generazione chi rifletté che era strappato dalla terra dei viventi e colpito per le trasgressioni del mio popolo? Gli avevano assegnato la sepoltura con gli empi, ma alla sua morte fu posto col ricco, perché non aveva commesso alcuna violenza e non c'era stato alcun inganno nella sua bocca. Ma piacque all'Eterno di percuoterlo, di farlo soffrire. Offrendo la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni, e la volontà dell'Eterno prospererà nelle sue mani. Egli vedrà il frutto del travaglio della sua anima e ne sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il giusto, il mio servo, renderà giusti molti, perché si caricherà delle loro iniquità. Perciò gli darò la sua parte fra i grandi, ed egli dividerà il bottino con i potenti, perché ha versato la sua vita fino a morire ed è stato annoverato fra i malfattori; egli ha portato il peccato di molti e ha interceduto per i trasgressori. (Is 53.1-12)

 

Rileggetelo più e più volte se necessario.

 

Un uomo puro, perfetto, innocente si è fatto carico dei peccati di tutti, anche di quello che vive di "azioni buone", perché anche colui che definiamo "buono" è compreso nel soggetto "ognuno di noi seguiva la propria via".

"Per la sua conoscenza, il giusto, il mio servo, renderà giusti molti, perché si caricherà delle loro iniquità". È perché io Lo conosco che posso avere la certezza che Lui si è caricato della mia iniquità e mi ha reso giusto.

 

Non si tratta di quello che ho fatto io.

Si tratta di quello che ha fatto Lui.

E lo ha fatto per me.

 

Yeshùa prima di lasciarci fa una promessa:

Gesù rispose e gli disse: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l'amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui. (Gv 14.23)

 

Ma Dio non può dimorare in cuori di pietra, ecco perché il profeta dice:

E io darò loro un altro cuore e metterò dentro di loro un nuovo spirito, toglierò via dalla loro carne il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne. (Ez 11.19)

 

E come accadrà questo?

A questo ci risponde Tito e lo fa con dovizia di particolari, tant'è che solo la sua lettera risponde al quesito che apre questo articolo:

 

Ma quando apparvero la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore verso gli uomini, egli ci ha salvati non per mezzo di opere giuste che noi avessimo fatto, ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha copiosamente sparso su di noi, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Salvatore, affinché, giustificati per la sua grazia, fossimo fatti eredi della vita eterna, secondo la speranza che abbiamo. Sicura è questa parola, e voglio che tu affermi con forza queste cose, affinché quelli che hanno creduto in Dio abbiano cura di applicarsi a opere buone. Queste sono le cose buone e utili agli uomini. (Tt 3.4-8)

 

Tito parla due volte di "opere". Ma sono due tipi di opere che hanno una fonte, un proposito e un risultato totalmente diversi.

 

1. Egli ci ha salvati non per mezzo di opere giuste che noi avessimo fatto

Non siamo salvi per opere, non importa quanto le riteniamo giuste.

 

Che cosa diremo dunque in merito a ciò, che il nostro padre Abrahamo ha ottenuto secondo la carne? Perché se Abrahamo è stato giustificato per le opere, egli ha di che gloriarsi; egli invece davanti a Dio non ha nulla di che gloriarsi. Infatti, che dice la Scrittura? «Or Abrahamo credette a Dio e ciò gli fu imputato a giustizia». Ora a colui che opera, la ricompensa non è considerata come grazia, ma come debito; invece colui che non opera, ma crede in colui che giustifica l'empio, la sua fede gli è imputata come giustizia. (Ro 4.1-5)

 

Non credo che si renda necessario spiegare quanto sopra, ma possiamo sintetizzarlo così: se tu mi ricompensi per qualcosa che io ho fatto, quella ricompensa mi è dovuta. Se tu mi ricompensi per qualcosa che non solo non ho fatto, ma neanche meritavo, allora quella ricompensa mi è stata concessa per GRAZIA, che significa appunto favore immeritato.

 

2. quelli che hanno creduto in Dio abbiano cura di applicarsi a opere buone

 

Anche l'apostolo Paolo quando scrive alla chiesa in Efeso parla di due tipi di opere:

 

Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. Noi infatti siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per le buone opere che Dio ha precedentemente preparato, perché le compiamo. (Ef 2.8-10)

 

Le opere che compiamo prima di sottometterci a Cristo, prima di essere salvati, rigenerati, prima che il nostro cuore di pietra si trasformi in cuore di carne, prima di diventare una nuova creatura (2Co 5.17), a NULLA valgono per piacere a Dio, perché nessuna di esse, per quanto eclatante sia, avrà mai il potere di trasformarci, avrà mai il potere di redimerci, pulirci, cancellare anche il minimo dei nostri peccati.

Ma una volta trasformati, una volta in Cristo, una volta che lo Spirito di Dio è entrato in noi, allora è NECESSARIO fare buone opere, ma non opere qualsiasi, bensì quelle che Lui ha precedentemente preparato affinché le compiamo.

E come posso sapere quali sono le opere che ha preparato per me? Avendo comunione con Lui. E come faccio ad avere comunione con Lui? Nascendo di nuovo. Morendo a me stesso e affidandomi a Lui.

E come faccio a morire a me stesso? Accadrà il giorno che ammetterò che senza Lui sono nulla, che non c'è niente che possa fare per meritare il suo perdono, il giorno che riuscirò a vedere me stesso realmente come sono, ossia come un essere incompleto, mancante, il giorno che con onestà e umiltà compirò la mia personale teshuvà, il mio personale ritorno a Dio.

 

Allora solo allora riuscirò ad amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le mie forze. 

 

«In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo,

non può vedere il regno di Dio». (Gv 3.3)

 

 

Shalom

 

 

 

 

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