GIONA, UNO DI NOI - (è possibile sottrarsi alla chiamata divina?)

February 22, 2017

Giona è un galileo, profeta del Signore, attraverso cui Dio proclamò il giudizio, a causa del peccato, prima in Israele (2Re 14.25-27) e poi a Ninive, come il libro che porta il suo nome racconta.

Al primo verso del primo capitolo è scritto: 

E la parola dell'Eterno fu rivolta a Giona, figlio di Amittai (Gn 1.1)

Il nome Giona viene dall'ebraico Yonah e significa "colomba", e lui è figlio, ben, di Amittai, dall'ebraico emet - verità, ossia: figlio delle mie verità.

Già questo primissimo verso ci indica che ci sono dei tesori preziosi da tirar fuori da questo libro.

 

Dio da un compito a Giona: Lèvati, va' a Ninive (Gn 1.2)

Oggi la città di Ninive si chiama Mossul. La distanza da Israele a Mossul è più di 1000 km. Più o meno come andare da Roma a Parigi. Ma a questo ordine ricevuto la Bibbia scrive: Ma Giona si levò per fuggire a Tarshish (Gn 1.3). Ossia Giona decide di percorrere 100km per recarsi a Jaffa e da lì prendere una nave diretta a Tarshish, che si presuppone sia oggi Tartesso in Spagna. Praticamente la sua intenzione era quella di percorre più di 4.000 km verso occidente.

Il suo destino è Ninive, la sua mèta finale doveva essere Ninive, la sua missione è Ninive, la volontà di Dio è Ninive, ma Giona compra un biglietto per una mèta diametralmente opposta.

È la contraddizione perfetta: Ninive è a oriente, Tarshish a occidente; niente più di questa fuga verso Tarshish, potrebbe esprimere chiaramente la volontà di Giona di sottrarsi alla chiamata divina.

 

Il motivo per cui sceglie di disubbidire non è scritto. Ma sicuramente lui deve davvero credere di averne uno più che legittimo!

Secondo alcuni commentatori, tra cui Rashi e Radak, il motivo per cui Giona fugge dal proprio destino è strettamente legato al fatto che egli non voleva predicare ad una popolazione non ebraica. Ninive, capitale dell’Assiria, era una città idolatra e nemica di Israele. Se i suoi abitanti si fossero ravveduti sarebbe stato un disonore per gli ebrei, che invece non avevano ascoltato i richiami dei profeti. Dunque Giona, secondo questa interpretazione del racconto, non voleva rischiare che un popolo straniero apparisse migliore di Israele a causa della sua predicazione.

 

Qualunque sia la ragione, resta il fatto che Giona decide di fuggire dalla presenza dell'Eterno.

Ma già da qui si possono evidenziare due verità:

  1. Non esiste nessun buon motivo per disubbidire alla volontà di Dio.

  2. Non esiste nessuno luogo dove si possa stare lontani da Lui.

Forse Giona pensa che la presenza di Dio si trovi solo nel suolo di Israele, nella eretz, nella Terra Santa, dentro il Tempio, persuaso quindi, che così facendo si sarebbe allontanato da Lui, Giona scende a Jaffa. Questo è l'inizio della sua discesa. Scende sempre di più fino ad arrivare, come la storia racconta, nelle profondità di un pesce.  

Durante la sua fuga Giona rimane in silenzio, alla voce di Dio, al comando di Dio, il profeta risponde col silenzio. Non proferisce parola fino a quando, dopo una tempesta che il Signore manda, è costretto a rispondere alle domande che l'equipaggio della nave gli pone. La cosa interessante è che quando lo vanno a cercare lo trovano profondamente addormentato, strano perché riesce a dormire in questo modo solo chi sta in pace con la coscienza, chi non è preoccupato, chi pensa che stia facendo la cosa giusta.

 

Quando finalmente apre bocca dice:

"Io sono un Ebreo e temo l'Eterno, il DIO del cielo, che ha fatto il mare e la terra ferma " (Gn 1.9)

Giona non dice: "che fatto i Cieli e la terra", come spesso nella Bibbia troviamo, ma: "che ha fatto il mare e la terra ferma". Credo che a questo punto Giona cominci a capire finalmente che Dio è ovunque.

"Se salgo in cielo, tu sei là; se stendo il mio letto nello Sceol, ecco, tu sei anche là. Se prendo le ali dell'alba e vado a dimorare all'estremità del mare, anche là la tua mano mi guiderà e la tua destra mi afferrerà." (Sl 139.9,10)

 

Nel frattempo la reazione dei marinai è sorprendente. Fino ad allora ognuno si dispera e prega il proprio dio. Ma dopo la testimonianza di Giona, vedono quello che molti non vedono: c'è un Dio che insegue un uomo e fa soffiare il Suo vento (ricordando che vento e spirito sono la stessa parola: ruach), per far sì che quest'uomo ritorni nella direzione giusta. Scoprono che non esiste una fede individuale, un destino privato. Scoprono che c'è qualcosa di più grande dei propri interessi, della propria volontà e ne sono così convinti che si convertono al Dio unico e Gli offrono un sacrificio (Gn 1.14,16).

 

Quando viene gettato in mare dai marinai per calmare la tempesta, Giona va a finire nel ventre di un grande pesce dove vi rimane per tre giorni e tre notti. Quell'isolamento, quel voler fuggire dalla volontà di Dio si trasforma in una reclusione dove non sa se ne sarebbe uscito mai.

La parola ebraica per "ventre" è meeh ed è molto simile a quella usata per "caverna": mea'rah. Entrambi rappresentano un luogo oscuro, entrambi possono offrire protezione. Interessante che la parola mea'rah viene dal radicale ur che vuol dire: essere messo a nudo.

Il ventre, come la caverna, è un luogo silenzioso senza stimoli esterni. Giona nel pesce è solo con se stesso, totalmente isolato dal resto del mondo. Molti uomini della Bibbia sono passati per quello che possiamo chiamare "un momento di caverna": Elia (1Re 19.9), Davide nella caverna di Adullam (1Sa 22.1), Giuseppe nella prigione (Ge 39.20). Ma tutti uscirono da quel periodo di isolamento completamente trasformati. Tutti ne sono usciti più forti più maturi, più determinati, perché quando sei costretto ad un periodo di isolamento, specialmente se coatto, non hai altra scelta se non quello di stare con te stesso e guardarti dentro.

Ed è quello che fa Giona,  costretto questa volta non ad un silenzio voluto da una propria scelta, ma ad un silenzio indotto da Dio.

 

Ma ecco che straordinariamente rompe quel silenzio innalzando una preghiera:

"Nella mia sventura ho gridato all'Eterno ed egli mi ha risposto; dal grembo dello Sceol ho gridato e tu hai udito la mia voce. Mi hai gettato in un luogo profondo, nel cuore dei mari, la corrente mi ha circondato e tutti i tuoi flutti e le tue onde mi sono passati sopra. Allora ho detto: Sono stato scacciato dalla tua presenza. Eppure guarderò ancora verso il tuo santo tempio. Le acque mi hanno circondato fino all'anima, l'abisso mi ha avvolto, le alghe si sono avvolte intorno al mio capo. Sono disceso fino alle fondamenta dei monti, la terra chiuse le sue sbarre dietro a me per sempre, ma tu hai fatto risalire la mia vita dalla fossa, o Eterno, mio DIO. Quando la mia anima veniva meno dentro di me, mi sono ricordato dell'Eterno, e la mia preghiera è giunta fino a te, nel tuo santo tempio. Quelli che riguardano alle vanità bugiarde abbandonano la fonte stessa della loro grazia. Ma io con voci di lode ti offrirò sacrifici e adempirò i voti che ho fatto. La salvezza appartiene all'Eterno". (Gn 2.3-10)

 

Tutta la preghiera parla di richiesta di salvezza, ma alla fine afferma: adempirò i voti che ho fatto.

Che voti fa, non tanto un profeta quanto un ebreo? Il voto più alto, quello di ubbidire alla voce del Signore.

Gradisce forse l'Eterno gli olocausti e i sacrifici come l'ubbidire alla voce dell'Eterno? Ecco, l'ubbidienza è migliore del sacrificio, e ascoltare attentamente è meglio del grasso dei montoni. (1Sa 15.22)

 

La prima parte si conclude nel momento in cui Giona, colpevole di aver tentato di sottrarsi alla volontà di Dio, si pente e prega nel ventre del pesce che lo ha inghiottito, ricevendo così la salvezza.

Il libro di Giona viene letto tradizionalmente a tutt'oggi dai giudei durante la preghiera pomeridiana nello yom kippur, nel giorno del perdono, questo perché il libro di Giona rappresenta una teshuvah, un ritorno, un pentimento.

La teshuvah, cioè il ravvedimento (o meglio il “ritorno a Dio”), fa sì che la storia del profeta riparta da zero. Non è un caso perciò che la seconda metà del libro inizi in maniera praticamente identica alla prima. Secondo la tradizione rabbinica  Giona fu vomitato dal pesce nello stesso luogo da cui aveva intrapreso il suo viaggio. Il ravvedimento dà vita a una nuova opportunità e cancella gli errori del passato. La potenza della teshuvah e del perdono è dimostrata dal fatto che Dio torna a rivolgersi a Giona come se nulla fosse accaduto (Gn 3.1,2).

Ma la seconda parte introduce anche un elemento del tutto nuovo, che non ha una corrispondenza nella prima: la risposta di Dio a Giona. Quando il profeta fuggiva dal suo destino e dalle sue responsabilità, non poteva esistere alcun dialogo tra l’uomo e il suo Creatore. Soltanto in seguito al suo ravvedimento, e dopo aver completato la missione, Giona si rende meritevole di ricevere una risposta da Dio e di poter far valere le proprie ragioni.

 

Il Dio d’Israele è anche Dio degli altri popoli e di tutto il creato. La sua cura non conosce limiti né geografici né tantomeno etnici. Non è un caso che, in due sequenze parallele del libro, a rivolgersi a Dio siano personaggi non ebrei: prima i marinai diretti a Tarshish, poi gli abitanti di Ninive. L’ultimo a imparare questa lezione è proprio il profeta, egli infatti non riesce ad accettare che un popolo malvagio sia stato risparmiato dalla distruzione, e chiede persino di morire per non dover sopportare questa presunta ingiustizia. Ma lo stesso Giona, poco dopo, si addolora nel vedere che una pianta di ricino sotto cui si era riparato è appassita. Il libro si conclude con una frase di Dio che cela un profondo e straordinario insegnamento:

 

"E il Signore disse: «Tu hai avuto compassione per la pianta per cui non hai faticato né hai fatto crescere, e che in una notte è cresciuta e in una notte è perita. E io non dovrei aver compassione di Ninive, la grande città, nella quale ci sono centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e una grande quantità di bestiame?»" (Gn 4.10,11)

 

L'affermazione di Dio mostra un'urgenza: la responsabilità della chiamata, la consapevolezza che la chiamata è vitale e che va oltre noi stessi.

Giona nonostante tutta la sua opposizione porta a termine la missione, tutti si ravvedono e Ninive non viene distrutta.

Ecco alcune delle tante verità divine che si evidenziano da questo libro:

- la Sua volontà deve essere fatta;

- esiste un piano più grande e più importante del nostro;

- c'è un interesse più importante del nostro;

- ci sono persone "che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra" e che hanno bisogno di una voce che viene da lontano, da un altro paese, da un altro regno, per essere risvegliati.

 

Non si può preferire in modo esclusivo la propria nazione, non si può rimanere nel proprio comodismo, invischiati fino al collo con le attività che crediamo importanti, convinti da scuse ineccepibili che ci portano persino a "dormire profondamente" piuttosto che attendere alla chiamata di Dio.

Dio ha noi. Dio vuole usare noi. Chi dovrebbe usare Dio per far tornare a Sé il tuo vicino, il tuo capo, il tuo amico, la tua famiglia? Quando diamo importanza solo ai nostri interessi, è come se dentro di noi pensassimo: "vabbè, Dio manderà qualcuno", nel senso di qualcun altro!

 

Apriamo gli occhi e le orecchie perché, soprattutto negli ultimi dieci anni, il mondo sta scivolando velocemente in un luogo senza valori, oscuro, dove tutti fanno ciò che è giusto ai loro occhi, dove padri, i cui figli hanno commesso un omicidio per mero divertimento, osano difenderli dicendo: "può succedere a tutti, chi non difenderebbe il proprio figlio?" Un mondo dove chiamano amore ciò che non è, dove chiamano diritto ciò che è morte.

Ci sono persone che gridano aiuto. Magari su cento che si ricuseranno di darti ascolto, su mille che rideranno di te, uno solo ti ascolterà ma il tuo sforzo varrà la pena anche solo per quell'unico che avrà aperto il suo cuore a Dio.

La chiesa deve svegliarsi, deve separarsi dal mondo come stile di vita, ma deve essere pronta a fare migliaia di km per entrare ovunque Dio la invierà per proclamare giudizio e salvezza.

Perché non tutti sono disposti a questo sacrificio? Molto probabilmente perché nella chiesa ci sono tanti combattenti ma pochi guerrieri.

La differenza tra queste due categorie è che un buon combattente può anche esserlo solo per le proprie cause. Se TU hai un problema, se TU hai una difficoltà, se TU ha una battaglia da affrontare, tua personale, allora come combattente prendi le armi della milizia  in Cristo, ti alzi, in fede proclami la Parola e vinci.

Ma un guerriero è molto di più. Un guerriero è colui che non combatte battaglie personali, in fondo un soldato che va in guerra non ci va per se stesso ma per la nazione, per qualcosa di più grande. Un guerriero esce dalla sua nazione e va in un terreno nemico, ostile, per ottenere lì la vittoria. Avete mai guerreggiato per qualcun altro, per qualcosa che non avrebbe in alcun modo portato a voi un beneficio diretto?

Finché il nostro mondo, la nostra realtà, le nostre priorità saranno più importanti di quelle di Dio non possiamo davvero sperare che Dio ci riveli cose grandi ed occulte (Gr 33.3).

 

Perché Giona è uno di noi? Perché ha avuto un'ottima scusa per fuggire, talmente buona che era convinto di stare nel giusto al punto di dormire in mezzo alla tempesta e non vederla. Perché come lui anche noi siamo figli della Verità e su di noi Dio manderà il suo vento impetuoso per farci cambiare rotta, se stiamo andando in direzione opposta, solo perché ci ama. Perché come lui forse anche noi dovremmo entrare in un luogo silenzioso, guardarci dentro e lasciare che Dio metta a nudo la nostra anima per far sì che possiamo abbandonare lì tutto quello che pensiamo di avere e così, a mani vuote, gridando a Dio, possiamo infine ottenere salvezza. Perché solo dopo una teshuvah, dopo un reale pentimento, dopo un ritorno a Dio saremo in grado di udire la Sua voce, di essere ripresi come fa un padre con un figlio, per poter così imparare una lezione e di conseguenza crescere. Perché anche noi come lui ci dobbiamo rendere conto che Dio non è solo "il mio Dio". Dio è un Dio universale che non ha limiti e che non fa eccezione di persona ma ha bisogno di noi per portare salvezza a chi non ne ha.

 

"Poiché non c'è distinzione fra il Giudeo e il Greco, perché uno stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato». Come dunque invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno udito parlare? E come udiranno, se non c'è chi predichi? E come predicheranno, se non sono mandati? Come sta scritto: «Quanto sono belli i piedi di coloro che annunziano la pace, che annunziano buone novelle!»." (Ro 10.12-15)

 

 

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